Sentimentifigli famiglia umorismo Elasti Il figlio della mia amica Agnese ha quattro anni e mezzo, l’età del mio figlio di mezzo, quello che ascolta ossessivamente marce scozzesi e parla con Marìotereso, l’amico immaginario dentro il muro della cucina. Il figlio di Agnese si chiama Dario ed è un nativo digitale, cresciuto a papponi biologici e tecnologie digitali, come quasi tutti i nostri figli under 12. Avevo sottovalutato la natura digitale di Dario fino a quando ne sono stata travolta, una sera a casa di Agnese. Lui era sfinito, reduce dal corso di nuoto, sdraiato sul divano, l’occhio a mezz’asta e la Playstation in mano, in attesa della cena.
«Che fai? Giochi?», gli chiesi incauta. «No, programmo». «Prego?». «Programmo nuovi livelli di gioco. Vedi? Questo l’ho appena creato io». «Questo enorme pappagallo?». «Già, è cattivo e indistruttibile». «E ora cosa scrivi?... Ma tu sai scrivere? E leggere?». «Certo, se no come faccio a chattare con gli altri giocatori?».
Impallidisco. Scopro che gli altri giocatori hanno dai tre ai sei anni. Sono tutti in rete e conversano, giocano e giudicano le altrui creazioni. Pare che il pappagallo cattivissimo riscuota un discreto successo nell’ambiente dei piccoli alieni, ops, nativi digitali.
Torno a casa dal mio quattrenne, analfabeta, sprovvisto di Playstation. È vestito da Darth Vader di Guerre Stellari, brandisce una spada laser urlando contro il muro della cucina al ritmo di analogiche cornamuse, ignaro o incurante dell’ineluttabilità del suo destino. (21 marzo 2011) © Riproduzione riservata
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